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Categoria:Vela Scritto il :15 Febbraio 2017

La vela più pericolosa dello sci alpino e del football

Come sarebbe la vela più pericolosa dello sci, alpino per giunta? Finora la vela è sempre stata ritenuta uno sport sicuro. La maggior parte degli studi a riguardo l’incidenza di morti e feriti durante la pratica era focalizzati su piccoli gruppi di persone, su specifiche barche o regate. Questi studi hanno evidenziato come la frequenza degli incidenti nella vela fosse bassa rispetto agli altri sport e che le ferite più comuni erano quelle di minore entità come contusioni, abrasioni, sovraffaticamento e lacerazioni. Tra i derivisti esordienti l’incidenza dei feriti risultava essere be 0,29/1000 ore di vela con abrasioni e contusioni nel 72% dei casi. Uno studio sull’America’s Cup del 2003 trovò che gli incidenti erano 2,2 per ogni 1000 ore di vela, molto più basso di quanto avviene in sport di contatto a squadre come il football americano con un rapporto di 34,8/1000 partite. La vela è risultata tra gli sport più sicuri delle Olimpiadi Pechino 2008 e dei 380 velisti partecipanti a Londra 2012 solo l’uno per cento ha subito incidenti che lo hanno tenuto per più di un giorno lontano dagli allenamenti o dalle regate. Nella stessa olimpiade tale percentuale risultava del 15,3% per il calcio e 10% per il triathlon.

Tuttavia, qualche mese fa, alcuni ricercatori del Rhode Island Hospital, utilizzando i dati della Guardia Costiera statunitense sul periodo che va dal 2000 al 2011. Su questa base hanno scoperto che la vela, in realtà, ha un numero di morti superiore a quello del football e dello sci alpino. E a rendere pericoloso l’andare per mare spinti dal vento non sono né gli scontri, né le velocità, ma… l’ambiente in cui si pratica: la caduta fuori bordo è la prima causa di decesso, successivamente arrivano le condizioni proibitive, la disattenzione di chi lavorava a bordo e financo l’abuso di alcol che è responsabile del 15% delle morti dei velisti stelle e strisce.

L’affogamento è la prima causa di morte e nell’82% dei casi, chi è affogato non indossava un giubbotto salvagente. La ricetta per prevenire un cospicuo numero di morti, sarebbe quella di indossare un salvagente, astenersi dal consumo di alcolici mentre si va in barca e mantenere la corretta attenzione. Sommate le morti prevenibili con un corretto comportamento di chi va in barca sono il 37% del totale. La meteo e le condizioni ambientali sono la principale causa solo nel 28% delle vittime.

Sicurezza in mare: prima cosa, indossare un giubbotto salvagente

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«Né gli inesperti né i novellini sono stati risparmiati da feriti e morte, la mappa degli incidenti avvenuti ai velisti americani in questa dozzina di anni indica che dalle uscite di qualche ora al lago fino alle crociere caraibiche in catamarano o alle regate d’altura statisticamente è possibile incappare in un incidente mortale. Per gli otto milioni di statunitensi che escono in mare almeno una volta l’anno questo è un dato di cui tener conto per poter prendere le proprie contromisure» afferma Andrew Nathanson, uno dei medici autori dello studio.

Quest’ultimo evidenzia che sulla base dei dati in possesso della Guardia Costiera Usa nel periodo 2000-2011 sono stati analizzati 4.180 eventi che hanno prodotto in totale 271 morti e 841 feriti. Il che significa che il tasso di mortalità della vela USA è di 1,19 morti per milioni di persone veleggianti al giorno. Per amore di comparazione, lo stesso tasso è di 1,06 per sciatori e snowborder. O parlando solo di numeri assoluti ai solo 197 giocatori di football americano che sono morti in gara o in allenamento durante questi 12 anni.

Un paragone italiano con il mondo USA per quanto riguarda il rapporto praticanti/morti, è di fatto impossibile, soprattutto perché è impossibile conoscere il reale numero di diportisti italiani. Ovvero quanti sono tutti coloro che vanno in mare senza nessun tipo di censimento: chi non bisogna di una patente nautica; chi non è armatore di un’unità registrata in capitaneria; chi non regata e quindi non ha neanche la tessera FIV; chi esce in mare a fare due bordi su una deriva; chi va in crociera su un barca a vela inferiore ai 10 metri; chi va pescare o a fare il bagno su un natante a motore con meno di 25 cavalli installati. In Italia uno studio equivalente non è mai stato compiuto. Si può tuttavia accedere ai dati del ministero dei trasporti e delle infrastrutture relativi al diporto nautico nazionale nel suo complesso. Nella pubblicazione Il Diporto nautico in Italia edizione 2015, reso disponibile a settembre del 2016, è riportato il numero degli incidenti occorsi durante l’andare per mare a solo fine di diletto. Dal 1990 al 2015, su 4878 incidenti riportati i morti e dispersi in mare sono 315, i feriti 1001. Il documento riporta le cause dell’incidente (urti-incagli; collisioni; incendi-esplosioni; naufragi; affondamenti; capovolgimenti; avarie motore; e varie), ma non le ragioni specifiche della morte.