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Categoria:Karate Scritto il :25 Ottobre 2016

Kata o Kumite, le due discipline del karate

Tra le tanti arti marziali praticabili, una delle più nobili e delle più complesse sotto il profilo tecnico è sicuramente il karate. Chiunque voglia praticare il karate, deve essere ben conscio del fatto che oltre ad una certa bravura per quanto riguarda il combattimento, deve sviluppare una certa armonia col proprio corpo, raggiungibile soltanto seguendo i principi e i valori inneggiati da questa arte. Una tale complessità anche filosofica, da un certo punto di vista, ha reso necessario la suddivisione del karate in tre sezioni precise, ognuna con le proprie specialità e i propri metodi di esecuzione: il Kata, il Kumite e il Kihon. Mettendo da parte il Kihon, che altro non è che l’insieme delle tecniche basilari della disciplina (colpi, posizioni e parate), la scelta principale di uno studente di karate che vuole puntare al lato agonistico è quella tra kata e kumite.
Il kata è la disciplina che cura di più il lato tecnico e la pulizia dell’esecuzione degli attacchi. Nel kata l’esecutore, davanti ad una giuria, deve partecipare ad un combattimento contro un avversario immaginario, con una serie di colpi prestabiliti ed eseguiti seguendo determinate tempistiche. I colpi devono essere eseguiti nel modo migliore possibile tenendo conto di posizione, respirazione e velocità di questi ultimi, per poter ottenere un buon punteggio. Quest’arte è nata per portare il karate come stile di combattimento ad un livello superiore per quanto concerne il legame tra lotta e filosofia della lotta stessa. Se, ad esempio, nel kumite (di cui andremo a parlare in seguito) il punto focale della disciplina è quella di battere il proprio avversario, nel kata tutto si basa sul quanto il colpo eseguito vada vicino alla perfezione.
L’atleta che pratica il kata deve avere un totale autocontrollo sul proprio corpo unito ad una conoscenza molto profonda di ogni colpo e di ogni posizione da eseguire, in modo da portarlo a termine nel modo in cui teoricamente dovrebbe essere eseguito, senza sbavature di alcun genere come perdite di equilibrio, colpi più lenti o meno precisi rispetto alla norma.
Una piccola variante del kata è il kata bunkai, che si differenzia dal primo per il solo fatto che, anziché essere eseguito contro un avversario immaginario, deve essere effettuato con un vero partner.
Il kumite è, invece, l’altra faccia della medaglia del karate. Una faccia più sporca e più efficace, che punta alla messa a segno dei colpi piuttosto che alla precisione di questi. Il kumite, infatti, non è altro che il combattimento (non a caso, kumite in giapponese significa combattimento) che due karateki svolgono. Per quanto questa disciplina possa sembrare slegata dal kata, queste due si completano l’un l’altra: la vittoria di un combattimento si basa sì sul colpire l’avversario, ma nel caso di un combattimento difficoltoso la precisione di una tecnica e il tempismo con cui essa è lanciata sono determinanti per potersi aggiudicare la vittoria.

 

Nonostante quando si parla di kumite si pensa ad una versione molto rozza e meno filosofica del resto delle nozioni del karate, non bisogna trattare questa branchia della disciplina come un lato meno elegante del karate. Ad esempio, basti pensare che il solo kumite si suddivide a sua volta in cinque tipi fondamentali: a un passo, a tre passi, a cinque passi, libero e semilibero. Questi si differiscono principalmente per le tecniche di contrattacco, per la dichiarazione dei colpi e per la distanza al quale vengono posti.
Se nei tipi a uno, a tre e a cinque passi agli atleti vengono stabilite delle regole, nel semilibero e ancora di meno nel libero si da libero sfogo alle proprie capacità da combattenti, senza però perdere l’eleganza e il controllo che contraddistinguono questa disciplina.
Premessa: chiunque sia interessato ad avvicinarsi ad una nobile arte marziale quale è il karate, deve essere ben conscio che non è possibile imparare una sola disciplina snobbando l’altra. Per quanto la pulizia dei colpi che il kata offre sia fondamentale per accrescere se stessi fisicamente, spiritualmente e avvicinarsi il più possibile alla filosofia del karate, una buona preparazione non può che essere dimostrata in termini pratici in un combattimento con avversari di pari livello se non superiore.
D’altro canto, è sbagliato pensare che una conoscenza basilare delle tecniche e degli attacchi possa portare il karateka a cimentarsi nel kumite senza aver portato ad un buon livello il proprio kata. Colpire gli avversari con degli attacchi poco precisi e puliti può anche portare qualche punto e qualche vittoria, ma la storia cambia quando ci si trova di fronte a un karateka che ha una tecnica d’esecuzione di livello maggiore e che può quindi, grazie al miglior tempismo offerto da un kata ben studiato, prevalere senza difficoltà alcuna.

 

È scorretto quindi pensare a cosa SCEGLIERE per quanto riguarda il karate, mentre è doveroso pensare a cosa PERFEZIONARE. Per una completa e totale adesione ai principi di tale arte marziale, occorre quindi grande spirito di sacrificio e volontà nel portare al massimo livello possibile ogni porzione della disciplina. In definitiva, alla domanda ”sul cosa focalizzarsi” è: puntate al kata se volete esplorare i meandri del pensiero che si nasconde dietro ad un’arte come il karate, scegliete il kumite se volete perfezionare il vostro combattimento uno contro uno, ma non trascurate per nessuna ragione una delle due discipline per favorire l’altra.